E' singolare che un regista, per giunta americano, abbia voluto cimentarsi con un biopic così imponente su un 'eroe dell'antiamericanismo', un personaggio iconico in tutti i paesi del sud del mondo, ma del tutto impopolare in nordamerica. Dove esiste una grande comunità di cubani in esilio, che coltiva da generazioni un odio profondo nei confronti di Castro e del Che. In genere, quando il cinema (soprattutto quello di Hollywood) si inoltra in questi territori ad elevata sismicità politica, adotta dei filtri protettivi, da quello dell'esotismo, alla religione, alla ribellione di matrice psicotica, inserendo spesso, accanto ai rivoluzionari a tempo pieno, dei carismatici coprotagonisti 'gringos', depositari delle buone intenzioni della Storia. Tra le poche eccezioni, va ricordato, l'approccio terzomondista di Gillo Pontecorvo. Soderbergh invece sposa - non la causa - ma lo sguardo del Che, traendo la sceneggiatura dagli scritti di Guevara, incluso il Diario scritto nel periodo boliviano. Uno sguardo fiero e duro da combattente, ingentilito da una pietas tutt'altro che cattolica nei confronti degli oppressi. Uno sguardo diritto, molto lineare, che non si presta a nessuna ambiguità nè di santificazione nè di condanna ma che lascia alla storia un personaggio vivo, non un monumento e nemmeno una bandiera. Un percorso difficile quello di Soderbergh, che pur restando per più di quattro ore incollato al suo protagonista, non si scalda mai per la sua causa, osservandone da una certa distanza la parabola, dalla partenza per Cuba del gruppetto di barbudos tra cui un giovane medico argentino, alla lunga e perillosa guerriglia nella Sierra Madre, all'abbattimento del regime di Fulgencio Batista, sostenuto dagli Americani.




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