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Antonio Capuano

Interviste

24/02/2006
Da dove viene la voglia, la necessità di raccontare La guerra di Mario, un bambino che viene dato in affido temporaneo?

Sono sempre stato molto attratto dai temi legati alle problematiche dell'infanzia. La storia di La guerra di Mario è arrivata da una mia amica che ha vissuto l'esperienza di un affido temporaneo. Lei lavorava in una casa famiglia e ad un certo punto ha chiesto di poter avere con sé uno dei bambini ospiti, la risposta è stata affermativa e questo ragazzino ha vissuto con lei per alcuni mesi. Così mi ha raccontato le felicità, i bisogni, le tenerezze, le difficoltà che più passava il tempo e più aumentavano. La storia mi è sembrata così interessante che l'ho voluta raccontare.

Che guerra sta combattendo Mario?

Mario è un bambino che combatte una guerra come tutti quelli che vengono dal niente, con una famiglia inesistente alle spalle, che dall'età di quattro anni è stato sballottato prima in un orfanotrofio poi da una famiglia adottiva ad un'altra come fosse un pacco. La 'guerra' del titolo mi è venuta in mente perché la mia amica mi ha raccontato di aver trovato molti ritagli di bambini africani con il mitra in mano, di piccoli soldati, nel cassetto del ragazzino che aveva in affido. Questo mi ha fatto pensare alla guerra che, non solo metaforicamente, combattono i ragazzini a modo loro.

Il film sembra sposare la tesi che un bambino non va educato ma considerato come un adulto. Non ci sono norme da seguire, soltanto la capacità d'amare. C'è una frase nel film esplicita su questo punto: "La scuola è un brutto carcere, e il carcere è una bella scuola".

Questa è assolutamente la tesi del film, per me un bambino va considerato come un adulto e per fortuna è una teoria abbastanza acquisita, in generale, dalle scuole e da parte dei genitori. Un bambino è una persona, come un adulto, con i suoi problemi. Ma c'è anche il rovescio della medaglia: è molto difficile fare i genitori, gli educatori perché non è affatto semplice rapportarsi con i bambini. Quasi tutti, assolutamente in buona fede, tendono però a prevaricare sul più piccolo.
 
E quanto la differente classe sociale dalla quale proviene Mario rispetto alla famiglia borghese alla quale è affidato contribuisce ai difficili rapporti che si instaurano tra genitori e figlio?

Conta molto perché Mario viene da una famiglia del sottoproletariato, violenta e disagiata. E lui fino a quattro anni vive in questo niente, in questo ambiente dove lui non conta nulla per nessuno. Poi arriva in una famiglia dove le prime cose che nota sono i beni materiali che non ha mai posseduto: una camera tutta per sé, un computer, una bella casa con un terrazzo dal quale vede il mare. Ma tutto ciò non basta se non trovi te stesso, se non sai chi sei. E il modo di cercarsi di Mario passa attraverso i suoi gesti violenti, la sua tracotanza, il suo scagliarsi verso chi gli vuole bene, perché a lui è sempre stato insegnato questo: essere violento.

I due genitori adottivi sono molto diversi tra di loro.


La madre, Giulia, fa moltissimi sforzi perché questo rapporto vada bene, lei combatte contro tutto e tutti anche in maniera un po' troppo istintiva a volte. Giulia è esagerata sotto alcuni aspetti, è molto condiscendente verso Mario mentre Sandro, il padre, è un po' più dialettico. Ma Sandro si sente invaso, la sua vita è stata presa ed è stato spodestato da quest'altra persona che è arrivata. Quindi combatte una battaglia più visibile, perentoria, di legittima difesa e offesa.
Scritto da ADMIN
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