Michael Mann firma uno dei suoi film più interessanti degli ultimi anni in cui la ricerca artistica va di pari passo con un'ambiziosa quanto complessa sperimentazione tecnologica. Girato in digitale con la fotografia di Dante Spinotti, Public Enemies gioca su un'estetica cinematografica del tutto nuova, la sua personalissima rilettura dei ruggenti anni Trenta popolati di gangsters, uomini di legge, donnine facili e tanti soldi su cui mettere le mani. Mann utilizza il digitale per trasfigurare in maniera molto realistica i volti e gli ambienti di un'epoca attraverso la fredda profondità della macchina da presa, ormai non più in pellicola. Facce, sguardi, rughe, espressioni di dolore, di piacere e sudore fanno di questo film un viaggio insolito indietro nel tempo, deglamourizzando un'era affrontata molte volte dal cinema negli ultimi settanta anni. Public Enemies non è né Il Nemico Pubblico Numero 1 con James Cagney, né tantomeno Gli Intoccabili diretto da Brian De Palma: la sua narrazione veloce e spettacolare come nelle corde del suo regista punta a proiettare lo spettatore all'interno di qualcosa che crede di avere già visto e che, invece, viene ricondotto alla nostra esperienza sensoriale moderna, pur nel rispetto e nella fedeltà dei canoni estetici e culturali di quel decennio.




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