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Animal Kingdom: Benvenuti nel Branco di Melbourne by David Michôd

Attualità, Interviste

29/10/2010

Animal Kingdom ricorda Non aprite quella porta pur non essendo un horror. O, meglio, non un horror se lo si considera come genere cinematografico. Nella scheda del film troverete thriller/drammatico ma vi assicuriamo che le esistenze dei protagonisti di questo terrificante quanto interessantissimo film sono davvero orrore allo stato puro. La storia di una ‘famiglia’ di rapinatori, delinquenti, drogati e assassini che nella Melbourne di oggi si ritrovano in casa un ragazzo di 17 anni la cui madre è appena morta per overdose. Dopo la tragedia J, ovvero Joshua, si ritrova nella tana della nonna con vari zii e cugini, di qualche anno più grandi di lui. Assisterà senza rimanerne indenne al declino del clan Cody, di cui scopriamo piano piano, che Janine ‘Smurf’ Cody (una straordinaria Jacky Weaver, per lei si parla già di nomination all’Oscar come Migliore Attrice Non Protagonista), la cara nonnina, è la matriarca che muove i fili di tutti i loschi affari nei quali sono compromessi i suoi ‘bravi ragazzi’.

La nonna di questa gang di malviventi, che sembrano tutti duri e tosti, ma che nascondono una recondita enorme paura spesso subliminata attraverso l’uso della droga, adora i suoi ragazzi e li bacia tutti appassionatamente sempre sullla bocca. E' bionda, con gli occhi azzurri, una anziana che vuole apparire ancora una donna piacente, dolcissima quasi nauseante, in realtà di una furbizia e cattiveria che al confronto la Strega di Biancaneve è una poppante. Ricorda una delle tante Matrigne che guidano quelle bande di fuori di testa, tipiche dei film di Rob Zombie. Ma qui siamo a Melbourne, Australia, e la situazione è assolutamente realistica, non ci sono psicopatici con motoseghe che inseguono teenager, ma ci sono zii che iniettano eroina ad una ragazzina e la soffocano. I Cody hanno la polizia alle calcagna ma se ne fregano, assoldando il loro avvocato cocainomane anche lui, Ezra, che troverà qualche modo per tirarli fuori dall'ultimo delitto che hanno combinato. Fino a quando...

Animal Kingdom è il film di esordio del giovane David Michôd, un talento non vi è ombra di dubbio, con il quale ha vinto il Sundance Film Festival 2010. Un trionfo, anche qui al Festival di Roma, dove il film è passato nella categoria Fuori Concorso. La pellicola è stata applaudita in sala e accolta alla grande dalla stampa. Il 30 ottobre sarà nei nostri cinema distribuito da Mikado. Abbiamo incontrato il giovane regista.

David Michôd, Animal Kingdom è un film sconvolgente. Non solo per la storia che racconta ma anche come debutto. Girato benissimo, interpretato da un gruppo di attori a dir poco straordinari (di cui l’unico famoso a livello internazionale è Guy Pearce), crudo, violento, ambiguo, sottile... Ci sono voluti nove anni per realizzarlo. Cosa c’è che non va in lei? Ride... “ Non lo so me lo chiedo pure io. Non penso ci sia niente di particolare che non va in me, solamente sono da sempre attratto dalle storie cupe e piene di malinconia. Ma la mia infanzia è stata normalissima, anche se non mi è mai piaciuto essere un ragazzino, mi piace di più essere adulto”.

Il cast è incredibile. L’unico debuttante è James Frecheville che interpreta J e ha 17 anni, come l’ha trovato? “E' stato difficile e lo sapevo. Per il resto del cast no perché li conoscevo tutti, sono eccellenti attori che lavorano da anni e alcuni hanno anche partecipato a qualche mio cortometraggio. Mentre per il ruolo di J la parte più tosta non era tanto il sapere che chi avrei scelto mancava di esperienza, ma piuttosto, l’essere certi alla fine di avere trovato il ragazzo giusto. Abbiamo provinato 500 ragazzi e poi è apparso James e mi ha colpito subito. Volevo un teenager chiuso, ferito ma anche pieno di sfumature. E lui è così”.

Lei proviene dalla sceneggiatura e ha scritto anche Animal Kingdom, che cosa l’ha ispirata? “Mi hanno sempre affascinato molto gli anni ottanta a Melbourne, il film non si svolge negli anni ottanta ma è per me come se fossero gli ultimi giorni di queste bande di criminali professionisti. Quello che sono stati nella realtà quella decade. Melbourne non è una città tranquilla, ora molto più di prima. Ma negli anni ottanta abbiamo assistito al declino di queste gang di rapinatori a mano armata e, dato che le loro storie mi affascinavano moltissimo, ho letto tantissima cronaca del tempo. Per esempio il personaggio di Janine, la nonna, era una figura essenziale di questi clan. C’era sempre una Matriarca che non aveva potere decisionale sui colpi da fare o su chi eliminare, ma che comunque ricopriva un ruolo centrale all’interno della famiglia. Era il collante e al tempo stesso il manovratore di tutto. E alla fine diventava una gangster anche lei. Ecco il declino di queste bande è il motore che mi ha spinto a scrivere questa storia. Sulle dinamiche della famiglia, vi potrà sembrare assurdo ma ho usato la mia, o quella di miei amici. I rapporti troppo stretti, soffocanti all’interno di un nucleo diventano malsani. Se poi vengono calati in un ambiente criminale è chiaro che tutto viene portato all’eccesso, sia nel bene che nel male”.

Si parla di nomination all’Oscar per Jacky Weaver e se lo merita tutto... che ne dice? “Sono strafelice di questo rumour perché Jacky sono 48anni che lavora tra cinema e teatro. E’ una attrice bravissima e si meriterebbe un premio del genere. E poi il solo pensiero che lo vinca con il mio primo film mi fa tremare i polsi. Lei, che ha interpretato un capolavoro come Picnic a Hanging Rock... sarebbe stupendo!”.

Lei fa parte di un gruppo di artisti australiani che si chiama Blue-Tongue Films, quanto ha influito questo nella realizzazione di Animal Kingdom? “Ma sostanzialmente siamo un gruppo di amici, quasi tutti esordienti, quindi ci diamo un grosso supporto psicologico e anche concreto nelle nostre creazioni. Io ho iniziato come sceneggiatore, poi regista, ognuno ha fatto cose diverse e quindi abbiamo tutti delle caratteristiche e delle qualifiche varie, ad esempio il montatore del mio film è uno della Blue-Tongue. Siamo un collettivo molto libero ma tutti siamo coinvolti nei lavori uno degli altri. Siamo anche noi una piccola banda. E abbiamo tutti iniziato con un sacco di illusioni, senza avere la minima idea di cosa stavamo facendo e dove saremmo arrivati. Io nemmeno ora ci credo a quello che mi sta capitando. In un certo senso, appena finito il film quando abbiamo pensato di inviarlo al Sundance, mi sono sentito perso confuso traumatizzato perché dopo nove anni che ne parlavo era una reazione strana, non sapevo più che cosa era, che cosa era diventato. Ma sapevo anche che era il film che mi avrebbe potuto lanciare nel mondo del cinema. Quando l'abbiamo portato al Sundance ero nervosissimo, sconvolto, ubriaco. Tutti ne hanno iniziato a parlare e anche ora sono inebriato e terrorizzato dall'accoglienza che ha avuto. E' bizzarro per me rivederlo, ma non per motivi tecnici, ma per i ricordi che ho della lavorazione”.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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