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Amleto a Bangkok

Attualità, Recensioni

23/05/2013

Solo Dio perdona di Nicholas Winding Refn

(Cannes) Un approccio psicanalitico al thriller è quello che caratterizza il nuovo film del regista di Drive presentato a Cannes in concorso.

Una pellicola in cui l’autore danese cresciuto negli Stati Uniti ritrova il ‘suo’ attore Ryan Gosling nel ruolo della vittima di una madre ‘castratrice’ che, boss di un traffico di droga tra USA e Bankok, pretende da lui la vendetta contro un enigmatico e violentissimo poliziotto thailandese coinvolto nell’assassinio del fratello del ragazzo. Quest’ultimo, tuttaltro che uno stinco di santo, aveva precedentemente stuprato e ucciso una quattordicenne prostituta il cui padre prima si era vendicato sul giovane americano per finire poi per essere punito a sua volta dal poliziotto. Un crescendo di violenza e di mozzamenti di mani e altri organi, descritto con una singolare fissità dell’immagine e – soprattutto – un’imprevedibile leggerezza di humour che come il coro della tragedia greca, dovrebbe interrompere una narrazione densa e singolarmente violenta. Cosa che, invece, non accade creando semmai stridore tra immagini scure e fisse e le canzoncine thai cantate dal poliziotto scatenato…

Se Gosling nel film pronuncia al massimo una quarantina di parole, un’inedita Kristin Scott Thomas sexy, ambigua virago biondo platino sprona il figlio debole alla vendetta. Il film diventa dunque un ‘ibrido’ come se ne Il Padrino fosse Fredo a dovere vendicare la morte di Don Vito Corleone…un personaggio fragile e riluttante che si scontra contro un nemico, apparentemente, imbattibile…

Tutto questo, poi, aggravato dal fatto che il poliziotto amante delle arti marziali è una sorta di guerriero invincibile e silenzioso, votato ad una giustizia personale superiore a tutto e a tutti. Un essere dal potere metafisico che come nella Elsinore di Amleto sembra incarnare il destino ineluttabile…

Un complesso e artificioso gioco di rimandi sessuali, di punizioni e di espiazioni più o meno volontarie caratterizza, quindi, un film a tratti piacevole, che, però, fallisce di mantenere le aspettative peraltro elevatissime dopo il successo di Drive.

Ryan Gosling porta sullo schermo un debole al limite della disperazione, innamorato di una giovane e avvenente prostituta che non intende ricambiarlo e i cui rapporti sessuali peraltro narrati in maniera abbastanza casta vengono mostrati offrendo continui rimandi ad allusioni freudiane, a lame che tagliano organi e alle parole della madre di lui che insiste, grossolanamente, ad un’invidia del pene da parte del fratello minore nei confronti del defunto e violentissimo congiunto.

Solo Dio perdona nonostante le buone intenzioni difetta di una sceneggiatura che oltre a non rispondere ad una serie di quesiti, fallisce nel supplire attraverso le immagini un’adeguata spiegazione a quanto accade sulla scena: il non detto del film diventa quasi ‘inspiegabile’ e lo spettatore talora chiude gli occhi prima di questo o quel ‘taglio’.

 

 

 

La meccanica della vendetta più che dalla tragedia greca cui vuole alludere il regista risulta un po’ sforzata inficiando il risultato finale non impreziosito, ma semmai svilito da un senso dell’umorismo che non sembra, davvero, suggerire qualche traccia neppure remota di autoironia.

Senza dubbio, però, una pellicola dalle atmosfere interessanti con qualche apertura virtuosa, mai sfruttata, però, in pieno, forse, per rigidità e lentezza.

E dire che anche Gosling, senza dubbio l’attore del momento, si vede troppo poco e certamente meno di quanto avremmo sperato visto e considerato il suo grande talento.

Un dramma shakespeariano dall’ambientazione esotica con troppe citazioni da David Lynch a Tarantino, dal cinema di Hong Kong al noir francese, con una sceneggiatura troppo esile per sostenere un peso così grande e, senza dubbio oneroso. Un errore questo sì, come recita il titolo, davvero ‘imperdonabile’.

Marco Spagnoli

Scritto da Marco Spagnoli
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