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Allen racconta Woody

Attualità, Personaggi, Recensioni

21/09/2012

Chi riesce ad avere successo per vent’anni? Beh, lui è riuscito ad avercelo per quaranta…” Questa semplice, ma illuminante considerazione del comico Chris Rock è una delle tante chicche di Woody film documentario dedicato alla vita di uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi, un artista sempre capace di rinnovarsi, ma anche di restare profondamente fedele a se stesso, al suo stile unico ed originale e, perfino, alla sua visione del mondo pessimistica, contraddittoria, problematica, esilarante.

E di questo suo modo di fare cinema risente profondamente anche l’interessantissimo lavoro a lui dedicato dal regista Robert B.Weide che con grande ironia e intelligenza dipinge un ritratto a tutto tondo di Woody Allen, pseudonimo per Allan Stuart Konigsberg che il prossimo 1° dicembre compirà settantasette anni.

Utilizzando anche alcuni materiali inediti senza dubbio per il pubblico europeo, Weide traccia un percorso personale nel quasi mezzo secolo di carriera di questo grande artista, icona riluttante della cultura ebraica internazionale, che è entrato nel mondo dello spettacolo, perché – tornando da scuola – aveva iniziato a scrivere con successo delle battute per alcuni importanti quotidiani. Da ‘battutaro’ a ‘stand up comedian’ fino ad arrivare a sceneggiatore e regista di cinema, Woody Allen ha mantenuto integra la sua visione del mondo profondamente influenzata dalla Brooklyn degli anni Trenta dove era nato e dove si era formato trascorrendo diverse ore nell’elegante cinema di quartiere, oggi ridotto, a laboratorio di analisi e di vendita di medicinali. Una situazione abbastanza ironica visto che Allen, nei desideri dei suoi genitori, sarebbe dovuto diventare un ricco farmacista e non certo uno dei più grandi cineasti della storia del cinema. Partendo dall’infanzia di Allen, mostrando foto del neonato prima, poi, del ragazzino e del giovanotto, il regista segue un percorso parallelo tra la vita reale di Woody Allen e i suoi film che pur non essendo in senso stretto biografici, rivelano moltissimo dell’universo sentimentale e umano in cui è cresciuto questo grande autore che qualche anno fa aveva visto raccontare la sua carriera come musicista nel film Wild Man Blues di Barbara Koppelson. Un viaggio dagli anni Trenta ad oggi che è anche un itinerario nella cultura di un autore legatissimo a Bergman e a Fellini, ma anche alla filosofia, così come a grandi passioni quali il Jazz e il baseball.

Dopo diverse biografie, dopo alcuni libri interviste, Woody Allen si racconta in un film legato al cosiddetto cinema del reale che è perfetta espressione del cosiddetto ‘cinema sul cinema’ che negli ultimi anni ha preso sempre più piede in tutto il mondo, regalandoci perle indimenticabili legate alla storia della settima arte e alla sua creazione e costante reinvenzione.

Questo diventa ancora più importante in un’epoca in cui le sale chiudono e il cinema sembra destinato a cambiare casa vivendo su altri schermi oltre l’insostituibile ‘grande schermo’ che ha formato migliaia di registi come Allen che hanno cambiato se non la storia del mondo, certamente, le vite dei singoli individui. Anni fa, intervistando proprio per Primissima Woody Allen gli chiedemmo cosa pensasse della sua influenza sul pubblico internazionale “Sinceramente non vedo nessuna influenza da parte mia sulle persone.” Rispose sorprendentemente Allen “Qualche tempo fa ero a cena con Martin Scorsese e discutevamo proprio di questa cosa: ho fatto notare a Marty come lui abbia influenzato praticamente tutti: tutti hanno tentato di imitarlo e tutti si sentono influenzati da lui, mentre io - personalmente - ritengo di non avere influenzato nessuno. Francis Ford Coppola ha influenzato un sacco di gente, Robert Altman lo stesso, ma io? Io no. Non mi lamento, però. Non è qualcosa che mi dispiaccia particolarmente o che mi renda triste. E' solo un fatto evidente che - per qualche ragione - io non abbia mai esercitato la mia influenza su nessuno. Una cosa piuttosto comune anche in altri campi dell'arte come - ad esempio - la musica Jazz: Charlie Parker e Louis Armstrong hanno influenzato tutti, mentre Thelonius Monk, che non era di meno degli altri due, non ha influenzato nessuno nonostante fosse un musicista straordinario.” Permettendoci di insistere sulla questione Allen, come del resto fa nel documentario di Weide, si è dimostrato molto scettico “Se ho influenzato delle persone sono talmente poche da rappresentare un numero irrilevante. Vede, non credo di avere un base tanto forte di fans e sostenitori che rende ogni mio profittevole o – almeno – in attivo. Badi bene, lo capisco: non ho mai pensato a loro e ho sempre fatto i film che desideravo fare. Pellicole non facili: in bianco e nero, drammi o commedie con finali tristi. Alla fine di ogni film desidero che ci sia un grande pubblico, che – ovviamente – non arriva mai. O meglio: ho un sano grande pubblico a livello mondiale, mentre negli Stati Uniti sono seguito solo da un numero minimo di spettatori. “

 

Scritto da Marco Spagnoli
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