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Alla ricerca del manganello perduto - Recensione di ACAB di Stefano Sollima

Attualità, Recensioni

24/01/2012

Dopo avere dimostrato che le produzioni televisive italiane possono ambire a orizzonti più vasti con Romanzo Criminale , Stefano Sollima riesce nell’intento di “svegliare” il cinema italiano dall’”anestesia locale” derivata da un numero eccessivo di commedie, proponendo un film di genere che sembra volere incrociare il polziottesco anni Settanta con suggestioni d’autore che guardano al sociale e alla politica.

Risultato? ACAB acronimo per l’inglese All Cops Are Bastards ovvero ‘Tutti i poliziotti sono bastardi’ che risulta essere una pellicola molto forte e convincente  con suggestioni sospese tra la tragedia shakespeariana e il racconto urbano, tra l’action movie e il dramma sociale piccolo borghese della guerra tra poveri di diversa estrazione, ma sempre, a loro modo, disgraziati.

Un film interessante e importante, sicuramente, una delle migliori produzioni degli ultimi anni per forza, pervicacia e qualità narrativa dovuta anche all’ottima sceneggiatura dei due scrittori di Romanzo Criminale Daniele Cesarano e Barbara Petronio che, ancora una volta, danno prova di tutto il loro grande talento.

Una storia tratta dal libro di Carlo Bonini e un’ottima sceneggiatura costituiscono, dunque, i pilastri fondanti un racconto mai scontato che vede come protagonisti quattro poliziotti destinato al reparto di intervento mobile, quattro “celerini” alle prese con questioni personali così come più o meno direttamente con grandi eventi che hanno scosso l’Italia degli ultimi anni. Un film sulla debolezza dello Stato o, comunque, delle istituzioni repubblicane cui tutti si sentono di rispondere in un certo modo, anche i poliziotti di buona volontà che per fare rispettare la legge, si costruiscono un proprio codice di legalità. Un film, fortunatamente, non politicamente corretto, ma nemmeno troppo scorretto da dovere dividere il mondo tra buoni e cattivi, preferendo, invece, mettere i protagonisti e quindi anche gli spettatori dinanzi a storie controverse, dove fare la cosa giusta, spesso, non ha niente a che vedere con la giustizia e la legge.

ACAB ha anche la fortuna di avere un ottimo cast: oltreché il pressoché esordiente Domenico Diele in un convincente ruolo di inquieto neofita alle prese con un mondo che non capisce in pieno e del quale non è del tutto disposto a fidarsi, troviamo un maturo Pierfrancesco Favino affiancato da uno strepitoso Marco Giallini volutamente invecchiato e addolorato e da un Filippo Nigro imprevedibile e violento.

Insieme a loro troviamo anche Andrea Sartoretti, un attore di cui non si potrà mai scrivere sufficientemente bene, in un personaggio sulfureo che costituisce la cattiva coscienza della storia. Tra immigrati clandestini e naziskin, tra ultrà violenti e fatti di sangue, in un crescendo costante di botte da orbi, ACAB è una pellicola dal sapore vagamente classico che se per la sua fisicità richiama alla mente 300 per la sua dinamica narrativa ricorda quelle storie classiche dove un manipolo di eroi o presunti tali deve recuperare l’oggetto perduto e rubato dal nemico. In questo caso si tratterà di un manganello perduto in uno scontro davanti allo stadio dove uno del gruppo viene accoltellato. La verità scoperta, connessa a questa ricerca sarà più amara di ogni possibile scoperta.

ACAB in questo senso, pur sollevando quesiti cui è difficile dare una risposta, colpisce per la sua capacità problematica e di riflessione nella costruzione di una storia raccontata da un punto di vista inedito e travolgente.

Adrenalinico, e provocatorio, il film potrebbe segnare la rinascita del cinema di genere in Italia , in virtù di una serie di scelte coraggiose e per molti versi sorprendenti per una storia di violenza ed espiazione girata in quella ‘zona di guerra’ che è l’Italia del primo decennio del Duemila.

Scritto da Marco Spagnoli
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