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Adrien Brody, non solo film impegnati!

Attualità

22/06/2010

In molti hanno criticato, prima di averlo visto, la scelta di un attore come Adrien Brody per il nuovo Predators. Lui così emaciato, con quell’aria da intellettuale che corrisponde a quello che è nella vita, cosa ci fa in una ennesima versione dell’originale del 1987 che fu allora incarnata da un attore – ora politico -  decisamente molto diverso da lui Arnold Schwarzenegger...

Presentato negli Usa il film diretto dall’ungherese Nimród Antal (che arriverà nelle sale americane il 9 luglio, da noi il 14 distribuito dalla 20th Century Fox) un muscoloso Brody ha commentato: “Perché mai avrei dovuto rinunciare a questa sfida, che mi ha fatto bene e, con gli allenamenti, ha depurato e lavato il mio corpo e il mio cervello? Ritengo, poi, che questo tipo di cinema possa non essere solo intrattenimento. Come è il caso di Avatar. E sono da sempre un fan di Alien e Matrix. Non volevo certo perdermi in Predators la possibilità di lavorare con Laurence Fishburne, il grande Morpheus dei film con Keanu Reeves. La saga di Predators fa parte della storia del cinema, ha anticipato un certo tipo di storie e questa volta abbiamo come produttore Robert Rodriguez”. 

Continua Brody affermando: “Ho imparato l’uso di ogni arma possibile per combattere gli alieni su un pianeta infestato. Sì, siamo una élite di mercenari e killer a sangue freddo, apparteniamo a un gruppo di disperati reduci da penitenziari, esperti di Yakuza, membri di pericolosi squadroni della morte. Ma quando ci troviamo braccati come predatori umani molte cose cambiano...”

Aprezzatissimo nel thriller Splice (in uscita il 13 agosto), atteso in Giallo di Dario Argento che non ha ancora una distribuzione e attualmente sul set del nuovo film di Woody Allen a Parigi, il Premio Oscar per Il Pianista continua a spiegare il cinema che ama, oltre a quello che solitamente è chiamato ad interpretare: “Io amo il cinema fumettistico, avrei sempre voluto diventare Dylan Dog e mi sono giocato questa carta divertendomi e faticando alle Hawaii persino in una zona desertica e pericolosa alle falde di un vulcano. Poi penso da sempre che ci siano anche istanze morali in certi film d’azione e di sangue: portano alla luce grandi conflitti, e non fanno vedere solo dei muscoli. E, come per Manolete – nonostante non abbia avuto un grande successo – ero assolutamente convinto della mia scelta. A darmi sicurezza nelle decisioni non è l’Oscar che ho vinto per Il Pianista grazie ad un regista come Polanski, che ha tutto il mio appoggio in una battaglia non di redenzione, ma di rispetto per l’uomo che è diventato. Piuttosto credo nella voglia di sperimentare: anche Clark Gable, Cary Grant, persino Spencer Tracy oggi si cimenterebbero con questo tipo di cinema, che unisce molti media spettacolari. Sì, anche i videogiochi ci inserirei, che non sono di certo solo sottocultura. La nostra società si eccita con corse al potere e ambizioni sfrenate, io invece cerco di esorcizzarle anche con il mio lavoro, molto faticoso sin da quando ero a New York un magrissimo - e con il naso troppo grande – studente di recitazione con ambizioni shakesperiane”. E c’è riuscito, dato che Adrien Brody ha già dimostrato da tempo di potere interpretare chiunque e cimentarsi in qualsiasi genere cinematografico.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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