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A tu per tu con Sir Anthony Hopkins

Attualità, Interviste

08/03/2011

Incontrare Anthony Hopkins è una vera e propria esperienza di vita. L’occasione ce la dà la Warner Bros. che l’11 marzo distribuirà Il Rito, film basato sul libro di Matt Baglio che ha raccolto esperienze vere di preti esorcisti. Nella pellicola diretta da Mikael Hafstrom, il grandissimo attore è, infatti Padre Lucas, un prete che si è ritirato in una zona vicino a Roma e pratica esorcismi. Il personaggio è ispirato a Padre Gary Thomas, un sacerdote che per tutta la vita – e ancora oggi – si è occupato di possessioni demoniache.

Sir Anthony Hopkins entra nella stanza dell’albergo romano dove si tengono le interviste, ci guarda con i suoi occhi di un azzurro chiarissimo, e un mezzo sorriso alquanto diffidente. Un collega fa una battuta su una scena del film dove lui dà uno schiaffo ad una ragazzina e questo distinto signore gallese afferma serissimo: “Io non ho dato una sberla a nessuno. Il cinema è finzione, non c’era nemmeno la ragazzina in realtà quando abbiamo girato la scena”. Ummm.... cominciamo male.

Poi continua: “Recitare non è affatto difficile, ho preso il copione di Il Rito, ho imparato le mie battute, le ho dette e quando finivo il mio lavoro tornavo in hotel”. Poi, tutto cambia, come per magia e la conversazione assume tutto un altro aspetto. Una sincera conversazione con un uomo che ha vissuto e sta vivendo una vita estremamente intensa. Umorale, geniale, lunatico, vulnerabile, profondo e molto intelligente.

Mister Hopkins lei però oltre a fare l’attore insegna recitazione. Che cosa racconta ai suoi allievi? “Da un po’ di anni – ci dice Hopkins – insegno alla Ucla - University of California, Los Angeles – e non so dirvi cosa insegno veramente ai miei allievi. Vi spiego. Diciamo che ho una classe di venti persone, uomini e donne, prendo una videocamera e quando loro arrivano con il loro pezzo da propormi li riprendo, questo per dare un senso più cinematografico al tutto. Alcuni portano brani di Shakespeare, altri Cechov o Pirandello. Sono sempre estremamente severo e richiedo loro una grande disciplina. Come faceva Luchino Visconti, che era un marxista, ma quando girava Il Gattopardo tutti gli interpreti dovevano fare i provini perfettamente vestiti come richiedeva la parte. Nessun dettaglio va mai trascurato, sia che si tratti della figura dell’attore che della scenografia o di tutti gli aspetti che compongono un film. Quindi, se arrivi da me e fai un monologo di Shakespeare, se hai le scarpe da ginnastica te ne vai subito fuori dalla classe. Perché non funziona così... come appari sei, nell’arte della recitazione, quindi massima attenzione a tutto! Ho degli studenti bravi, altri meno, come accade sempre e a quelli meno bravi gli faccio rifare le cose all’infinito. Ho anche tanti allievi molto espressivi, magari perché hanno un viso o un corpo che già dice molto di loro e, in quel caso, tendo a ripetergli: ‘less is more’. Ovvero togli, sottrai, non sovraccaricare, dato che la natura ti ha già dato tanto”.

Sappiamo che lei apprezza molto il Metodo Stanislavskij. Che tipo di formazione è stata la sua? “Io – continua Hopkins – non ho avuto la chance, per motivi anagrafici ovviamente, di lavorare con Konstantin Sergeevič Stanislavskij ma ho frequentato il Welsh College of Music and Drama di Cardiff, e poi nel 1961 ho vinto una borsa di studio per la Royal Academy of Dramatic Art di Londra. In quella ottima scuola i miei due insegnanti seguivano il Metodo e quindi la mia formazione è quella, poi come diceva il grande Maestro Stanislavskij, una volta che hai imparato tutto quello che ti serve, dimenticatelo. E così ho fatto. Ho cercato di dimenticare, di non andare mai in scena o su un set con la tecnica in testa, ma cercando solo di rilassarmi. A quel punto avviene qualcosa di magico. Dopo tutto quello che vi ho detto non so dirvi come si recita. So però che, a mio avviso, i migliori attori provengono tutti da questo tipo di esperienza”.

“Voi sapete dirmi come scrivete? Come guidate la macchina? Perché fate una cosa in un modo invece che in un altro? Però funziona. Mi ricordo che quando leggevo i libri di Stanislavskij una volta parlando di Cechov disse ad un suo assistente: ‘Ma che cosa devo dire a questi attori che devono mettere in scena Il Gabbiano. Questo Cechov non è un drammaturgo piuttosto uno che scrive conversazioni’. Poi più avanti si legge: ‘Ho capito che mi sbagliavo. Cechov è un grandissimo autore. La vita non è fatta di drammi ma di conversazioni. Non è difficile sopravvivere alla tragedia, è difficilissimo sopravvivere al quotidiano’”.

Lei ha iniziato a recitare a circa vent’anni, mantiene ancora la stessa passione di quando ha iniziato? “Certo. E’ sempre meglio che lavorare in fabbrica, non crede? Io tra l’altro ho fatto questo mestiere assolutamente per caso. Quando andavo alla Cowbridge Grammar School, ero un pessimo studente, un bambino deficiente, pidocchioso e asociale e spesso i miei insegnanti me le davano di santa ragione. Ad un certo punto mi sono detto: ‘Adesso basta. Devi diventare famoso e fargli vedere chi sei’. Subito pensavo alla musica che è stata la mia prima grande passione poi, il destino, mi ha portato a fare l’attore. Insomma sono qui per reazione all’essere stato un frustrato e maltrattato fin da quando ero piccolo. E sono diventato famoso! E anche bravo! Anche se ancora oggi – continua Hopkins – mi sorprendo sempre di quello che è il cinema. O meglio la recitazione. Vai su un set, ti metti i vestiti di un altro, dici parole non tue, cose che non pensi e poi torni a casa. Dopodiché vai al cinema a vedere un film e vedi gente intorno a te che mangia popcorn guardando Il Silenzio degli Innocenti...”.

A proposito della figura di Padre Lucas, della fede e del credere nel Demonio, lei che ci dice? “Attualmente vi dico che credo in tutto. Ma fondamentalmente sono un ateo. Solo che, ad un certo punto della mia vita, mi sono messo a bere talmente tanto che ero diventato una persona orrenda, violentissima. Mi facevo schifo. Ho guardato il cielo, c’era un buco che mi guardava e ho chiesto aiuto. Da quel momento qualcosa è successo perché ho smesso di bere e ho ricominciato a vivere, I’m born again. Questo non posso che definirlo un miracolo. Se poi mi chiedete che cosa è la morte, se esiste il diavolo... non so. Nessuno è mai tornato per dirci che cosa ci aspetta oltre la morte. Il male è evidente che esiste, lo viviamo tutti i giorni, ma la personificazione del demonio???”.

“La vita è un grande sogno. – afferma l’attore – Una esperienza curiosa, uno strano processo. A volte torna fuori il mio ateismo ma credo che Dio sia dentro di me, credo che siamo tutti Dio. L’unica cosa che non capisco è che ho amici molto intelligenti, brillanti, assolutamente atei che poi mi dicono: ‘la vita è inutile’. O altri che asseriscono che tutto va fatto in base al concetto di verità. Ma anche Hitler o Stalin avevano le loro verità e che orrori hanno commesso! Di solito scappo da quelli che sono convinti di avere la verità in mano. Credi!, ma fai che quello che credi porti alla pace. La condizione umana non è semplice, combattiamo ogni giorno e sappiamo di dovere morire. Siamo condannati a morire, ma anche a vivere, questo è straordinario. Gli animali muoiono ma non hanno coscienza di ciò durante la loro esistenza, noi sì”.

Come si sente ora, alla sua età? “Molto bene – conclude Hopkins – ho 73anni e ancora mi offrono da lavorare e mi pagano profumatamente per farlo. Cosa voglio di più?! E quando sarò decrepito che non mi ricorderò più le battute o avrò la sensazione di essere ridicolo, vi assicuro che toglierò il disturbo. Per ora spero di seguire le orme di Clint Eastwood che ammiro molto, perché con i suoi 81anni è il migliore in circolazione”.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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