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56 Semana Internacional de Cine di Valladolid - “Medianeras”

Attualità

24/10/2011

VALLADOLID. Conclusasi con calorosi applausi a “Habemus papam” e manifesta simpatia per Nanni Moretti la serata inaugurale nella cornice dello storico teatro del Siglo de Oro, il concorso ufficiale ha giá sfornato tre film. Singolare quello dell’argentino Gustavo Taretto, (1965) “Medianeras”, film d’esordio girato dopo alcuni corti di sucesso. Interpretato dall’attrice spagnola Pilar López de Ayala e da Javier Drolas, narra di due giovani che vivono nella grande cittá, Buenos Aires, in due costruzioni contigue. Sono i lati senza finestre delle case quelli confinanti, e sono anche quelli che danno il titolo al film. Martin produce disegni per pagine web, vive in un monolocale e sta superando una fobia che quasi gli impediva di uscire. Mariana, architetto di interni, si occupa di vetrine e vive in un appartamento nel quale non entra mai il sole. Lui è costretto a portare a spasso un cagnolino che gli ha lasciato un’amica; lei porta manichini e disegni. S’incrociano spesso, ma non si conoscono. E poi l’incontro fortunato, la scoperta di affinitá, l’invito a cena e una non programmata notte d’amore. Per Martin l’emozione è molto forte. Qualcosa non funziona: si schermisce ed esce dalla vita della ragazza. Di nuovo soli, i due hanno una prima reazione. Che almeno entri il sole nella loro vita, sembrano pensare, e quasi contemporáneamente praticano un foro nella parete e vi aprono una piccola finestra.
Apertosi quasi come un documentario con intenti sociologici, il film entra nel vivo della narrazione tenendo separati i protagonisti per accentuarne la condizione di singoli e per sottolineare la loro difficoltá nel rapportarsi con gli altri. Sembra concretizzarsi come una sorta di omaggio ad Antonioni nell’epoca di Internet.

   Meno riuscita l’opera prima di Toni Bestard (Mallorca 1973), “El perfecto desconocido” (Il perfetto sconosciuto), interpretato dall’irlandese Colm Meaney. Tra commedia, mistero e racconto di provincia, narra di un forestiero che capita di notte in un villaggio di un’isola del Mediterraneo. Introdottosi in un locale abbandonato, vi risiede. Dá fiducia a un adolescente bistrattato in famiglia e dá rifugio a una ragazza dinamica e trasgressiva. In paese si sparge la voce che lo straniero voglia riaprire il negozio, ma in realtá è tornato sui luoghi dove tanti anni prima era scomparsa la sua ragazza. Improvvisamente gli eventi precipitano e la vicenda, che tiene frequenti risvolti di commedia, volge al dramma.

   In concorso anche il quarto film del canadese Philippe Falardeau, (1968), “Monsieur Lazhar”  (Il signor Lazhar), giá nel catalogo del Festival di Locarno. Se De Amicis fosse vissuto all’epoca dell’irruzione dei mezzi di comunicazione di massa forse avrebbe dovuto affrontare il problema posto dal film: le cose che si possono discutere con allievi di 11 e 12 anni, e quelle delle quali non si deve parlare. Un algerino, (Mohamed Fellag), in attesa di essere dichiarato rifugiato politico, si presenta in una scuola dove un’insegnante si è appena impiccata lasciando libero un posto. Sostituendola dovrá confrontarsi con i  sensi di colpa di alcuni allievi, e difendersi dai genitori che escludono qualsiasi riferimento al fatto. Non solo, ma dovrá guardarsi dal toccare gli studenti, che siano scappellotti o attenzioni affettuose. Durante poco piú di 90 minuti, il film mette a fuoco il contrasto tra culture mediterranee e pragmatici comportamenti nordici. Tratto dal testo teatrale di Evelyne de la Chenélière, il film naviga tra sentimento e simpatia descrivendo  contrasti,  punti d’incontro e lievi spunti divertenti. Il messaggio, per cosí dire, sta tutto nella frase di un genitore che a Monsieur Lazhar dice: “Lei è qui per insegnare, non per educare”.   

Renzo Fegatelli

Scritto da Patrizia Morfù
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