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12º Festival de Cine: Madri macedoni e comunisti spagnoli

06/04/2011

LAS PALMAS DE GRAN CANARIA. Dopo la rappresentazione di personaggi mitici presi in prestito dalla storia, il 12º Festival de Cine torna a confrontarsi con la realtá, a volte ambigua, spesso al limite tra realtá e finzione, veritá e menzogna. Ne sono eloquente testimonianza i film di Milcho Manchevski, “Majki” (Madri), e l'inedito “El mundo que fue y el que es” (Il mondo che fu e quello che è) del madrileno Pablo Llorca.

Il macedone Manchevski, 52 anni, esordí nel 1994 con “Before the rain” (Prima della pioggia), Leone d'oro a Venezia. Ora presenta di nuovo tre storie su un tema, le madri, spesso cancellando la separazione netta tra finzione e documentario. In sequenza, il primo è poco piú di un corto nel quale due bambine di nove anni si inventano un pedofilo esibizionista e lo denunciano alla polizia. Qualcuno ci va di mezzo, e dovrá intervenire la madre di una di loro per redarguirle e spiegarle i danni provocati dalle loro bugie. Il secondo, il piú accattivante, racconta di tre reporter della televisione, due giovanotti e una ragazza, che formano una coppia e a volte un trio sentimentale, i quali sbarcano in una contrada sperduta della Macedonia, dove vivono soltanto due vecchi contadini, fratello e sorella, che non si parlano da sedici anni, a causa di un diverbio, o forse di un malinteso. L'incontro permette di riportare alla ribalta tradizioni dimenticate e antichi costumi, e alla ragazza di stringere un legame affettivo con l'anziana e lucida contadina. Impenetrabile, invece, l'universo circoscritto del contadino che rifiuta la modernitá. Il terzo episodio, quello piú lungo, è forse il meno interessante. Narra di donne delle pulizie, violentate, seviziate e uccise da un maniaco. Lo apprendiamo dal racconto delle figlie e dagli articoli di un giornalista che si scoprirá essere l'autore dei delitti, commessi per movimentare la vita sonnolenta della cittadina. Qui purtroppo prevale il taglio televisivo. Si ha la sensazione di seguire i modi e i tempi di un reportage. I personaggi non hanno spessore, le accorate denunce delle figlie delle vittime si ripetono con monotonia.

Tre tempi risultano anche nel film spagnolo, ma il primo e l'ultimo fungono da prologo e da epilogo e sono brevissimi. Il regista, (nella foto a sinistra) infatti, s'interroga sugli ideali dei combattenti comunisti spagnoli dalla guerra civile fino ai nostri giorni. Apre il film con un attentato contro un colonnello franchista, e lo chiude con una scena di vecchi compagni ai quali i nipoti mostrano gli attuali siti internet dei partiti comunisti nel mondo. Tutte le vicende del film confluiscono verso una domanda con la quale il regista sembra avvolgere il racconto. Si deve restare fedeli agli ideali del partito comunista o è il partito comunista che si deve adeguare all'odierno mondo globalizzato? O, come dichiara lo stesso Llorca, “m'interessano i dubbi che nascono dalla necessitá di adattarsi alla nuova realtá in persone con idee concrete che ne definivano la personalitá. Si deve rimanere fedeli alle idee nelle quali uno crede anche se non esiste una realtá alla quale applicarle?” Questo, piú o meno, è il refrain illustrato da una lunga finzione attorno a un giornalista incarcerato per le sue idee e lasciato morire di tubercolosi in una cella di isolamento esposta ai rigori dell'inverno. Parallela, la descrizione dell'attivitá in carcere di un membro del comitato nazionale del partito e del segretario generale della formazione di Madrid e dei metodi che gli permettevano di comunicare con l'esterno e promuovere azioni di protesta. Pablo Llora, 48 anni, e venti di regie cinematografiche, si è laureato in storia dell'arte all'Universitá Complutense di Madrid.

Scritto da Renzo Fegatelli
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